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giovedì, 13 novembre 2014 09.51.57

 

 

 

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"Panem et circenses"

06 Ottobre 2011

 

 

Ci sono delle volte che dovresti scrivere la parola fine ad un capitolo della tua vita, così come ad una falesia che tanto ti ha dato in passato ma che ora non ti motiva più. Tra una cosa e l’altra della vita però, alla fine, può capitare che torni a grattare qualche momento di evasione attaccandoti ai vecchi appigli...
O perlomeno così ci si aspetterebbe... invece si scopre che gli appigli alle volte si allargano più velocemente dei consueti tempi geologici e che gli appoggi dei piedi spuntano come funghi e tutto questo su vie chiodate e salite oltre vent’anni fa!

La tendenza attuale nelle falesie mi trasmette un sentimento che si potrebbe sintetizzare con la parola “tristezza”. Analizzare il fenomeno può anche non essere un’attività consigliabile a chi segue con passione da decenni il mondo dell’arrampicata ma, a malincuore, mi sforzo quantomeno di fotografare la situazione e gli attuali protagonisti, nel senso di fruitori dell’arrampicata, perché la parola protagonisti mi sembra decisamente non adatta agli scalatori dell’epoca attuale.
Ed è proprio guardandomi intorno che mi viene in mente la celebre frase del titolo, coniata da Giovenale, nelle Satire, parlando della decadenza del popolo romano del suo tempo…

Così mio malgrado guardo... e vedo le falesie che vanno per la maggiore, con gli appigli scavati vicino a prese naturali a volte anche migliori, dove l’imperativo d’obbligo è: zero ragionamento, zero ricerca di nuovi terreni, zero rischi di provare nuove cose, quindi zero avventura, zero giovani che provano a dire la loro magari creando nuovi itinerari. Poi vedo vecchi che da vent’anni girano le stesse vie negli stessi posti e giovani che li seguono e già sono vecchi, e vedo che le uniche novità nelle solite falesie sono al massimo due panchine che fanno assomigliare il tutto ad un rassicurante e comodo palazzetto così come gli scavi anche recenti (ebbene sì nel 2011!) riproducono i movimenti dei pannelli...

Tutti abbiamo mangiato nel piatto dello scavato, del male necessario, come ci si ripeteva una volta, di chi non abita in Provenza o in Catalogna e deve pur segnare qualche via sul suo libretto che quelle dei muri non valgono nulla... Ma ora esistono anche gli strumenti per guardare più facilmente cosa avviene nel mondo e poi esiste l’evoluzione, prerogativa non dichiarata dalla carta d’identità, ma essenziale nell’essere umano, non siamo qui per questo?...

E invece no! Altro che evoluzione... una guida alpina mi dice, giustificandosi per un appoggio scavato su un 7a, “ma la mia compagna non arrivava alla presa, cosa vuoi che sia?...”.Ma se la sfida è solo salire su di lì esiste l’artificiale, tirate un chiodo, mettete un piede su uno spit, chiudiamo tutti un occhio suvvia, ma per pietà non toccate la roccia! Anzi facciamo così: a Gravere, per coloro che hanno migliorato le prese e gli appoggi sulle vie “Delirium Tremens” 7c e “Allertalos” 8a, vie chiodate venti anni fa, e anche per tutti gli altri perché no, il grado è buono anche tirando un rinvio o magari mettendo il piede su una piastrina nella fastidiosissima (ve lo riconosciamo) placchetta iniziale.

Da inguaribile ottimista poi, capita anche che, nella vecchia falesia, decidi di chiodare una via nuova su una porzione di roccia inesplorata, applicando il concetto che ormai dovrebbe vigere nella scalata mondiale nell’anno del Signore 2011: no appigli scavati! Piuttosto vado a scalare sul muro e la roccia nuova la vedo il week-end a 200 chilometri da casa.
La via in questione è sorprendentemente appigliata , super strapiombante con movimenti molto “moderni” cioè nei quali si applicano le tecniche del boulder. Perché sulla roccia naturale, fidatevi di chi ha girato migliaia di falesie, le vie non sono praticamente mai delle scale omogenee ciapa e tira e non pensare, ma, per fortuna (secondo me), richiedono sempre delle sezioni di difficile interpretazione che significa anche maggior fatica nel risolverle ma anche maggiore soddisfazione se vi si riesce.
Ma, non applicando il concetto romanico ricordato nel titolo, alla fine chi vuoi che apprezzi? Faticare trenta metri e cercare di risolvere il rebus del primo blocco là in alto senza i numerini e le resinate, con la corda che tira e tutto il resto...

Così lasciamo perdere le vecchie falesie e ci  isoliamo nuovamente nel nostro eremo di roccia, fuori dalle rotte battute, chiodando tiri che non attireranno sicuramente le folle: camminare tanto per affrontare sezioni difficili e complesse perché naturali, dove magari non concludi niente in termini di realizzazione e ti spelli le dita su prese che hanno un marchio sconosciuto e delle prensioni veramente fuori moda...
In questo assurdo modo, noi stupidi, ci gustiamo l’impareggiabile emozione che si prova quando chiodi una porzione di roccia inesplorata e ti chiedi ad ogni istante di lavoro se sarà fattibile. Se quegli appigli così piccoli in uno strapiombo così saranno tenibili e da chi, se gli appoggi per i piedi sono sufficienti, se il tuo enorme e faticoso lavoro di chiodatore in forte strapiombo (e chi lo ha fatto sa di cosa parlo) ed il tuo mal di schiena conseguente saranno stati inutili oppure spalancheranno a te o ad altri più forti di te una avvincente sfida.

E così capita che un giorno ti leghi e parti nell’ignoto totale e ad un certo punto chiedi, quasi vergognandoti dell’ardua richiesta, alla Onyx delle tue 5.10 di reggere il tuo peso su quell’asperità ridicola che è lì da millenni incurante delle umane vicissitudini e che ora vorresti eleggere allo status di appoggio...E avviene così, come per miracolo, che le scarpe stiano e ti proiettino d’improvviso dal mondo del dubbio al favoloso mondo del fattibile, della sfida!
E’ anche così credo, che si impara come l’universo sia un mistero senza fine e la vita, se lo vogliamo, una sfida senza fine dove l’ignoto, l’avventura, l’incerto dominano le esistenze di quegli impauriti ma coraggiosi uomini che fuggono le sfide farlocche con il codice a barre stampato sopra, per varcare le soglie della conoscenza.

Perfino l’”inutile” gioco dell’arrampicata può essere un’occasione per conoscere noi stessi ed evolvere al di là del semplice riconoscimento personale dell’”io ho fatto” “io sono bravo” “io sono più meritevole”. Dalla scalata si può guadagnare, se lo si vuole, solo questo, l’intangibile ed etereo, quanto oggidì sottovalutato, arricchimento interiore. Che se lo mettano bene in testa quelli che barano per scrivere il loro nome sul web e poi senza vergogna alcuna insegnano (??) ai ragazzini, per non parlare poi di quelli che addomesticano le prese e dicono a se stessi di aver salito quella via, quel grado. Non si guadagnano dall’arrampicata soldi da arricchirsi e nulla di materiale se non due magliette ridicole e agli altri, sappiatelo, non interessa un fico di quello che avete fatto voi: se ne scorderanno un minuto dopo la pacca sulla vostra spalla in questo mondo triste dominato dall’io.

In questa avvolgente e statica tristezza ci si aggrega in raduni per non sentirsi troppo soli o troppo diversi, si espongono le proprie etichette come al bar si espongono le auto o le fidanzate, ci si parla addosso per sentire la propria voce, ci si fotografa per paura di venire dimenticati anche da se stessi, si comunica tutti in un unico big brother del web ogni piccolo istante di cazzi nostri, tutti uguali, tutti attori di storie già scritte.

A questi attori consigliamo di cercare giù dalle parti di Arco o di Albenga che qualcuno ha già pensato a voi e si mangia bene e si scala comodi: ”panem et circenses”!

 

 

 

 
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