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Ultimo aggiornamento
giovedì, 13 novembre 2014 11.04.27

 

 

 

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Anno 2008 - L’arrampicata italiana è morta…?

 


 

 

Il titolo certo sembrerebbe un po’ tragico per chi, come la maggior parte di noi, dei climber italiani insomma, si arrabatta giorno dopo giorno per riuscire a coltivare la propria passione. Conosco bene le peripezie che si devono inventare i poveri scalatori della domenica quali noi siamo, per incastrare in un Tetris sempre più complesso col passare delle primavere, le varie faccende della vita, lasciando uno spazio, ahimè sempre più piccolo di quanto si vorrebbe, per l’amata arrampicata che, come affermo nel titolo, sarebbe per di più defunta..! Certo voi siete riusciti nella apprezzabile impresa di concatenare finalmente il vostro primo 8b o 7c o che so io, dopo duri allenamenti perfettamente posizionati tra l’orario di lavoro o lo studio (o tutti e due!), le esigenze magari dei vostri figli, le paturnie dei/delle vostri/e compagni/e o mariti/mogli che magari non scalano, bè avete il diritto di sentirvi soddisfatti ed orgogliosi. Infatti non è esattamente a voi che mi riferivo nel titolo, bensì a quella parte di arrampicata che viene definita di “punta”, a quella cioè che è tesa o dovrebbe esserlo, ad innalzare il limite assoluto della disciplina in tutti i suoi vari aspetti. L’affermazione mi nasce spontanea osservando le realizzazioni internazionali degli ultimi mesi, e ponendo una particolare attenzione su alcuni aspetti a parer mio significativi che vorrei evidenziare.
Un primo aspetto è piuttosto palese a tutti, non si vedono nomi italiani nel tam tam mediatico di imberbi talenti dodici-quindicenni intenti a polverizzare record un tempo riservati ai campioni già affermati. Non si dica che di fenomeni tipo Adam Ondra ce n’è uno al mondo, perché senza scomodare le incredibili performance del ceco, basti pensare al Lama o alla Durif di un paio di anni or sono, ai talenti americani tipo Sharma e Katy Brown ancora prima, o, per tornare all’attualità, i francesi Enzo Oddo( 8a a 11 anni e 8c a tredici ),Geoffray de Flaugergues( 8c+ a 12 anni..), il tedesco David Firnenburg (8b a 12 anni e 8a a vista ), lo spagnolo Eric Lopez, più grandicello, che ha fatto del 9a a sedici anni ed era pure finalista al mondiale senior e così via, l’elenco si allungherebbe di molto scendendo appena di grado, ma sempre senza traccia alcuna di italiani. Le ragioni socio - culturali di tutto ciò non è mia intenzione ricercarle, tutti noi sappiamo molto bene quanto lo sport come valore nel nostro paese sia considerato e divulgato poi tra i giovani: zero assoluto, a meno che non si parli dei milioni che fa guadagnare al tal calciatore o pilota di turno. Aggiungerei inoltre, con evidente malizia, che i ragazzi che oggi scalano sono spesso figli di scalatori e ne riflettono l’andazzo generalizzato, tipicamente italiano, dell’arrampicare con un approccio poco sportivo ma più tipo gita della domenica.
Un altro aspetto a dimostrazione della tesi iniziale è evidenziato a mio avviso dalle ultime performances italiane riportate dai siti e dalle riviste. Tralasciando il mondo delle competizioni, che merita un capitolo a parte, i nomi che si sono visti sono stati tre: il quarantottenne Manolo,l’ormai mitico Gnerro e soprattutto il giovane (finalmente..!) talento polivalente Moroni. I primi due, si sa, erano già tra i top italiani vent’anni fa, invece ritengo che il fatto che l’arrampicata italiana di alto livello sia ormai tutta sulle spalle del pur fortissimo atleta di Novara, sia appunto l’eccezione che conferma la regola di cui sopra. Presto, forse già da quest’anno, temo che a Gabriele chiederemo pure di vincere le gare di CdM boulder visto il naturale abbandono del campionissimo Cristian Core…
Si può inoltre riflettere sul fatto che, se nel 1993 Severino Scassa chiodava e liberava il primo 8c+ italiano e uno dei primi al mondo,  oggi - quindici anni dopo - di vie di grado superiore confermato in Italia ce ne sono due o tre,“Ground Zero”,”Underground”, “S.S.26”(della nuova via di Gnerro “Hakuna Matata”non è stato dichiarato il grado..!).
Certo si potrebbe dire che da noi c’è poca roccia rispetto ad altri paesi,  oppure semplicemente come afferma lo stesso Scassa nella sua intervista: “..in Italia dieci anni fa eravamo tutti tanto più forti..” e oggi o fanno solo le gare o scalano solo in falesia o fanno solo blocchi ma comunque non si chiodano tiri duri.
In fondo quello che muove tutto e quindi anche il nostro piccolo mondo verticale ( o in strapiombo..) si può sintetizzare nella parola passione, ed è quella che ti spinge ad esplorare tutti gli aspetti e le sfaccettature della tua disciplina
Mi viene in mente a tal proposito i due nazionali di difficoltà francesi( Dugit e Millet) che sono negli States a Indian Creek  a cimentarsi nella scalata in fessura... o all’altro nazionale di difficoltà francese (Desgranges) che va fino a Joshua Tree per provare i pericolosi “Highballs”, dell’olandese Verhoven, anch’egli garista lead, che passa un mese a Hueco a fare blocchi, e così via di tanti altri top che esprimono la loro passione senza i limiti dettati da ruoli o definizioni(garista, blocchista, falesista, alpinista.. ).
Già, dicevamo di quella passione che ti porta  giorno dopo giorno a cimentarti in nuove sfide, cercando di apportare qualcosa di personale, di tuo, nei limiti delle tue possibilità che, in una normale evoluzione,  dovrebbero essere superiori a quelli della generazione precedente che tu sia un top climber o solo un appassionato della domenica. Oggi d'altronde, rispetto a  dieci-quindici anni fa il livello medio si è innalzato di molto, e si vedono sempre più climbers anche da noi arrivare al grado di 8a, che prima sembrava un limite riservato ai più forti e latita quindi solo,  in questo discorso evolutivo del nostro paese,  il livello massimo, che come si vede invece dalle notizie internazionali è cresciuto molto nell’ultimo periodo in altri paesi. Basti pensare che il grado massimo raggiunto da un italiano in falesia è il 9a lavorato e l’8b a vista, mentre ora si fa altrove il 9b e l’8c+ a vista (da confermare) e l’8b/b+ è stato fatto a vista anche dalle fanciulle sia in Francia che in Spagna…
In conclusione quindi, non ci resta che fare un monumento ai Crespi ( che vince una Coppa del Mondo nel deserto della nazionale italiana, senza neanche un muro federale sul quale allenarsi e da totale autodidatta ), Core (idem come sopra...) e Moroni al quale, per essere consacrato come un fuoriclasse assoluto, manca ancora a mio avviso una grande “first ascent”, meglio ancora se una via da lui chiodata o un blocco nuovo, perché si sa ripetere vie dure è da pochi ma salirne di nuove è da numeri uno…
I grandi Gnerro e Scassa, di cui dicevamo prima, invece i monumenti se li sono costruiti da soli, chiodando e liberando dei capolavori che, essendo di pietra si sa restano, a differenza delle parole…

 

 
  
  
  
  
  
  
  
  
  
  
  
  
  
 

 
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